I dipendenti pubblici usufruiscono del 90% in meno di investimenti, per il loro benessere, rispetto ai lavoratori del settore privato.
In particolare, la pubblica amministrazione italiana destina al welfare una quota pari ad appena lo 0,11% del monte salari.
Le aziende private, invece, destinano al welfare una quota che oscilla tra l’1% e il 2% del monte salari.
Una ricerca condotta dalla società Bigda per la FLP (sindacato dei lavoratori pubblici) evidenzia un gap che penalizza i 3,7 milioni di dipendenti dello Stato.
Relativamente al trattamento fiscale, la detassazione, per un lavoratore privato, arriva fino a 5mila euro.
Al contrario, per chi lavora nella pubblica amministrazione, la detassazione arriva ad appena 800 euro.
Ciò limita drasticamente l’accesso a servizi fondamentali come la sanità integrativa.
Nei principali contratti collettivi privati la sanità integrativa è una realtà consolidata.
Invece, è quasi del tutto assente nei ministeri o negli enti locali.
In quali altri settori risultano penalizzati i dipendenti pubblici?
Sul fronte del supporto psicologico e della prevenzione del burnout da lavoro.
Infatti, la contrattazione collettiva pubblica ignora quasi totalmente i programmi di assistenza.
Di contro, tali programmi si stanno diffondendo rapidamente nelle grandi imprese italiane.
I cosiddetti flexible benefit permettono di personalizzare i servizi in base alle esigenze individuali.
Essi sono presenti nella metà delle grandi aziende, ma sono rarissimi nel pubblico impiego.
Inoltre, nella previdenza complementare, l’adesione ai fondi pensione del settore privato oscilla tra il 40% e il 50%.
Al contrario, nel pubblico i numeri crollano drasticamente.
Sembra che il problema sia dovuto alla gestione del TFR.
Per i dipendenti pubblici il TFR rimane nelle mani dello Stato e non può essere conferito ai fondi con la stessa facilità e gli stessi automatismi previsti per il settore privato.
Infine, nel privato il lavoro agile è percepito come un benefit strutturato e ordinario.
Nella PA, invece, lo smart working rappresenta ancora una concessione revocabile e spesso osteggiata dai vertici amministrativi.
Fonte: Italia Oggi n. 159 del 08/07/2026 pag. 35
Autore: Alberto Moro

